Quello che rimane.
Mar 21st, 2010 | By NerdsAttack.net | Category: EditorialePoco. Quello che rimane da salvare nella moltitudine variopinta delle novità del mondo musicale che per convenienza continuiamo a chiamare “indie”. Rimane poco e quel poco viene delittuosamente snobbato o ancor peggio dimenticato in fretta. La questione di questi giorni pre-primaverili-ormai primaverli è se sia valido o meno il nuovo degli MGMT (hai capito!). Come se il duo americano fosse improvvisamente diventato l’ancora di salvezza di un panorama sempre più votato all’apparire prima che all’essere. ‘Congratulations’ è un aborto. Inutile girarci attorno. Un disco brutto, mal riuscito, che testimonia l’incredibile pochezza di idee. Assurdo se si considera che siamo solo al secondo album (terzo se includiamo il debutto quando ancora si facevano chiamare The Management ). Ma del resto, come andiamo dicendo da secoli, con il talento ci si può solo nascere. La band del Connecticut non è l’erede dei Flaming Lips . E non lo sarà mai. Hanno avuto il merito di asssestare due-tre singoli “perfetti” con il disco precedente, indubbio, ma è il solito fuoco di paglia che riguarda altre decine di formazioni (quasi) usa e getta.
Eppure non stiamo alzando un muro contro il nuovo che avanza. Ci mancherebbe. Nei primi tre mesi dell’anno in corso, gli obbrobri si equivalogono con gli ottimi. Penso al terzo (esordio per Sub Pop) di un altro duo, ovverosia i Beach House di Baltimora. ‘Teen Dream’ è uscito “colpevolmente” a gennaio e forse per questo, almeno per ora, ma può essere solo una senzazione, non ha riscosso la ribalta che merita. ‘Teen Dream’ è un capolavoro. Inutile girarci intorno. Emozionante, commovente, magnifico. Uno dei cinque dischi dell’anno, statene certi. Il nuovo dei Goldfrapp è ridicolo. Gli anni ‘80 di “Flashdance” intrisi di glamour pop da copertina di Vogue. Capolinea. Dall’altra parte il “nuovo” ci dice che è impossibile da non amare il terzo (secondo nel grande proscenio) dei canadesi The Besnard Lakes . Risibile la mistura folk/Coldplay dei Mumford & Sons . Sorprendente l’ispirazione della texana Sarah Jaffe (pron. “giaffi”), cantautrice mirabile con il debutto ‘Suburban Nature’ prodotto da John Congleton .
Elementare come un abbecedario il ritorno dei Black Rebel Motorcycle Club , gruppo finito dopo il primo album e inspiegabilmente aggrappato al nulla più viscoso. Scalcinate le Dum Dum Girls , come tutta quella parte di New York che continua a sfornare formazioni consaguinee, per seratine frigide invece i Temper Trap che utilizzano quella chitarrina tanto U2 da vergogna. Indisponenti e praticamente nulli dal vivo i revivalisti The XX . Il bello è che chi li celebra non ha mai neanche lontanamente pensato a ‘Colossal Youth’. Credendo Young Marble Giants una marca di piumini per montagna. Eppure i Portugal. The Man se ne escono con un altro grande disco. Eppure i Future Islands diventano improvvisamente accattivanti. Eppure i Surfer Blood , gli Harlem e i Japandroids sono molto più freschi di una limonata ghiacciata in pieno Ferragosto.
Holly Miranda è meglio del barocco e sorpavvalutato Lightspeed Champion . Adam Green pubblica un album di una sciatteria epocale che vorrebbe fare il verso ai grandi cantautori folk. Eppure il paffuto ex Moldy Peaches tira ancora come un caimano. Tornano Matt Pond e i Seabear ma nessuno se ne accorge. Meglio certo foraggiare i Two Door Cinema Club o i New Young Pony Club . La “maturazione” dei These New Puritans è pari a quella strillata degli Horrors . Benissimo. Questo è il mondo. Mentre gli Album Leaf e i Midlake toppano alla grande facendosi vincere dalla noia e gli Archie Bronson Outfit spostano leggermente il “tiro”. Gli Yeasayer si confezionano per il globo patinato e cool, lasciandosi alle spalle l’aura mistico-sciamanica dell’esordio.
Muore Alex Chilton è pochi fanno una piega. Mentre il mondo lo piange in Italia attendiamo il nuovo Klaxons e CocoRosie . Ma a salvarci l’anima sono ancora fortunatamente i pezzi da novanta. Da Anton Newcombe a Damon Albarn , da Alan Sparhawk a Jamie Stewart , da Angus Andrew a Joanna Newsom , da Paul Weller a Mark E. Smith . Quello che rimane è poco. Ma almeno è un poco sgorgato dalla classe e dalla passione. Dal talento e dalle emozioni. Occhi aperti e cuore in fiamme. Sempre.
Emanuele Tamagnini
Emanuè, m’hai fatto prenne un coccolone stamattina quando ho visto la foto di Mark E. Smith in prima pagina! (Ormai mentre carico Nerdsattack tocco ferro… e poi il nuovo dei Fall - quinto capolavoro consecutivo! incredibile, ogni disco che fa è meglio del precedente - ce l’ho sul famigerato lettore mp3, quindi capisci che già sto sul chi va là )
Non entro nel merito dei gruppi citati (anche se per me il disco dei These New Puritans - pur a forte rischio qua e là di cattivo gusto, e pur restando “furbetto” - è veramente molto bello e per certe fasce di pubblico a cui è dato in pasto pure relativamente coraggioso, e quello dell’anno passato degli Horrors - pur non servendo ovviamente a nulla e scopiazzando a destra e a manca - alla fin dei conti era composto esclusivamente di bei pezzi ottimamente arrangiati, per cui perchè lamentarsi?), se non per una breve riflessione: ma non sarà che - tolti i giornalisti prezzolati, i copia-incollisti, gli ignoranti musicali (oggi poi c’è pure l’analfabetismo di ritorno, eheheh) e altra gentaglia così - uno dei motivi per cui si spinge tanta roba nuova di dubbio valore è la cosciente volontà di mettere in secondo piano i tanti capolavori o semplicemente i dischi veramente “del cuore” del passato (anche recente), rispetto ai quali il confronto sarebbe nel 90% dei casi impietoso, per autoconvincersi di stare comunque vivendo in un’epoca comunque ricca e vivace da un punto di vista musicale (il che tra l’altro sotto certi aspetti è anche vero, se ci spostiamo dalle tante cazzate che citi a un sottobosco più underground)? Insomma per sopravvivere, dai! Perchè stare sempre a piangere sui “bei tempi andati” - l’importante è farli conoscere alle nuove generazioni, quello sì - quando siamo comunque circondati da musica… carina? Sì, capisco, è solo “carina” e non veramente bella, e spesso ascoltare certi hype del momento è una (pur piacevole) perdita di tempo, però aiuta a ricordarci che la musica nonostante tutto NON è morta, NON sta morendo. Non sta benissimo magari, quello sì, però C’E’. C’è un fottio di gente che si dà da fare, con risultati alterni, e alcuni (una minoranza ok, ma non è sempre stato così alla fine?) ci mettono il cuore, l’anima, il cervello. Tu ne hai citati alcuni, io ne direi altri ancora, un terzo a sua volta potrebbe sostituire dei nomi… ma questo non fa che dimostrare il nostro insopprimibile desiderio di bellezza. Finchè c’è quello - da parte di chi ascolta come da parte di chi produce note, suoni e parole - c’è ancora speranza.