The LOW COST [The Low Cost EP-Autoproduzione 2010]
May 20th, 2010 | By NerdsAttack.net | Category: Recensioni
Avete presente il post rock? Io no, ma provo a immaginare che il prefisso post- presupponga che ciò che c’è scritto dopo sia morto, anche se non so se questo è il modo giusto per capire la definizione. Boh, chi se ne frega. In ogni caso questo EP d’esordio dei
Low Cost
pare interessante. Si tratta di sei pezzi che a grandi linee rimandano, appunto, alle moderne sonorità che caratterizzano il suddetto genere, con abbondanti guarnizioni di moderna elettronica. Fra i sapori che sento nella ricetta dei
Low Cost
, se volessi potrei citare i
Mogwai
, che forse sono i rappresentanti più famosi di tale corrente musicale più o meno giovane, oppure i
Sigur Rós
, amati da grandi e piccini, santoni spocchiosi, fumatori di nubi vulcaniche e studenti fuori sede appoggiati al carrello della spesa, ma non lo farò. Vista l’età preferisco piuttosto balzare sulla mia Delorean per andare a incontrare qualche nonnetto sconosciuto a molti fra gli imberbi. Con le mani che tremano e il naso tappato, pronto e prono ad ogni tipo di insulto, mi azzardo, dunque, a tirar fuori lo space rock degli
Hawkwind
o qualche mangiatore di crauti all’ellesseddì come
Agitation Free
,
Popol Vuh
et similia. Oppure, se proprio dobbiamo restare nel passato più recente, buttiamoci dentro anche qualcosa degli Ozric e, perché no, l’elettronica dei secondi
Daft Punk
, dei
Massive Attack
o altri colleghi. Al di là dei paragoni, fatti con le dovute proporzioni, siamo di fronte a un’opera piacevole che ripropone in chiave moderna sonorità consolidate. Ma non mancano le buone idee, che questi quattro ragazzi romani concretizzano con chitarre, violino, batteria, basso e Megabyte di Ram. Quasi ogni pezzo è caratterizzato da un andamento di tipo gaussiano, con crescendo, climax e diminuendo, ideali per facilitare la meditazione e il viaggio, l’immaginazione e la respirazione cellulare. La musica scorre all’insegna del minimale, delizioso aspetto della musica che inizia a piacerci tanto solo una volta esaurite le tempeste ormonali dell’adolescenza. I suoni, sia digitali che analogici, sono curati con attenzione e buon gusto, il basso fa da inesorabile nastro trasportatore, le chitarre dipingono atmosfere fra il cosmico e il sotterraneo, il violino interviene malinconico, la batteria scandisce il fluire delle note e dei rumori con rara precisione ed arrivi alla fine senza che neanche te ne accorgi. Come una bella fotografia di un paesaggio, però, forse quello che manca è un centro di attenzione su cui soffermarsi e che lascia qualcosa stampato nella memoria a lungo termine. Qualche tempo composto svela il background progressivo di qualcuno, ma il tutto scorre lieve senza, purtroppo, mai dare fastidio o colpire a fondo nell’addome. Ma siamo tutti convinti che il full length di prossima realizzazione non sarà privo degli spunti che differenziano un lavoro bello da un ottimo disco. Vale la pena aspettare.
[****]
Simone Serra