Intervista BUGO
Mar 30th, 2009 | By admin | Category: SpecialiArrivo al Circolo con anticipo catastrofico. Una ventina di minuti e riesco ad avere udienza da Bugo . La fortuna gira da queste parti, oggi. “Guarda, Cristian è in camerino. Puoi andare anche adesso”. Lo trovo lì, dietro al palco, seduto davanti a un portatile. Sorridente e nitido. Una messa in piega da urlo. Per prima cosa mi chiede del sito, e mentre gli tesso le lodi della transgenerazionale nerd-generation faccio partire la registrazione, dopo un paio di tentativi malriusciti e un rapido cambio pile. Ve la sbobino qui con una trascrizione fluida e almeno un paio di passaggi addirittura brillanti, perché come dice quel giovane scrittore americano, se dovessimo riportare le conversazioni pure e dure, la gente passerebbe per cretina, con tutti quei ‘cioè’ e quei ‘tipo’. Si tratta della mia prima intervista. Oh mercy.
Partiamo dal tuo brano “C’è Crisi”, del contesto in cui è venuto fuori. A quale crisi ti riferivi quando lo hai scritto? Quella delle banche, quella del mercato discografico oppure, non so, delle nostre coscienze?
In realtà il brano è nato un po’ per caso, come tutte le mie canzoni. Nessun ragionamento del tipo, ‘Occhèi, c’è crisi, tutti ne parlano, allora facciamoci un brano’. Questo poi l’ho scritto nel 2005, se ne parlava molto poco di crisi. Mi ricordo però che il parrucchiere sotto casa mia lo ripeteva in continuazione. E allora sono tornato su a casa, e ho buttato giù ‘C’è Crisi’.
Allora una domanda collegata, canonica credo. Si fa tanto parlare dei nuovi sistemi di ricezione e ascolto della musica. Siti di file-sharing, download, la musica che non passa più per i negozi. Per dirti, io il tuo ultimo album l’ho scaricato. Certo anche perché non c’ho una lira. C’è stizza da parte degli artisti, da parte tua?
No, io non ne ho di stizza. Se i tempi sono questi, va bene così. Il mio ruolo non è quello di lamentarmi con te, perché hai scaricato il disco. È una questione di adattamento. Se negli anni Sessanta tutti avevano i 45 giri, mentre oggi puoi scaricare un disco intero, venti dischi, ci si deve adattare. Quello che faccio io. Forse sta finendo l’era del disco.
E questo è un problema.
No, perché un problema? Uno può comprarsi una canzone di Bugo, una di Vasco Brondi, quello che vuoi. Non la vedo in termini di problema.
Però, per dirti, data la facilità nello scaricare musica, uno tende all’accumulo. Quintali di gigabytes che poi restano a marcire. Sai il contatore di I-Tunes, quello che ti dice quante volte hai sentito un brano. Spesso ci trovi scritto uno, tre, niente. L’interesse per un disco, concepito come un “LP” e non come insieme di canzoni, sta svanendo.
Non è detto che ne venga fuori una svalutazione. C’è tanta bella musica in giro, tante belle canzoni. E artisti bravi. Se c’è crisi è per un motivo. Le major non guadagnano più.
Ahia. Tu stai con una major.
Lo so. E te lo dico, io sono il primo: se tu scarichi il mio disco, io non guadagno. Ma non mi va di colpevolizzarti.
E non arrivo neanche a pagarti il biglietto, perché per stasera ho un accredito stampa.
(ride) E quindi dovrei avercela con te il doppio. Ma non mi va di lanciare anatemi. Io mi do da fare per vivere in un altro modo.
Passiamo oltre. Forse neanche li hai visti, io quella sera non ero davanti alla tivù. Gli Afterhours a San Remo. Cosa ne pensi che loro, la famosa punta dell’iceberg, quelli che godono di maggiore visibilità all’interno della cosiddetta scena indipendente, siano finiti su quel palco? Sappiamo tutti com’è andata a finire, oltretutto.
Ma guarda. È come se ci fosse un libro più patinato. Se tu che ti chiami Afterhours, con la tua parola un po’ “grezza”, vuoi finirci dentro, è chiaro che devi subire quella roba lì. Poi loro non sono certo gli ultimi arrivati, sanno come ci si muove. Per me hanno fatto bene ad andare.
Obiezione diffusa. Non può venirne fuori un impoverimento, un travisamento del messaggio che porti con te, costretto dentro a quel formato?
Se dovessi andarci io, non me ne preoccuperei. Se vai, devi calcolare il rischio. Il vero problema non è San Remo, è che non c’è la vera alternativa a San Remo.
Vuoi dire che l’alternativa esiste, ma su altri livelli.
Certo, certo. Ma allora dico, perché fare tanto baccano, perché creare delle aspettative, e poi anche il disco di raccolta. Non mi ha convinto, come operazione. Una gran cagata.
Una gran cagata, dici.
Sì. Ma perché tu, Afterhours, devi “trainare”. Al grande pubblico, se sei finito sul cd, non gliene frega niente. Non ti ascolterà per questo, e in un certo senso va anche bene così. Non bisogna preoccuparsi della ‘menata’ del grande pubblico. Esisti lo stesso, anche senza quell’operazione lì. C’è qualcosa di fuorviante, che non mi convince.
Bene. Passiamo oltre. Sul tuo space c’è una intervista in video dove dicevi che quando scrivi musica, ormai, lo fai al computer. Cosa c’è di diverso nel songwriting, senza il contatto diretto, più “fisico” per dire, con una chitarra, nel momento della stesura di un brano? E soprattutto il tuo modo di scrivere quant’è cambiato?
Sì, ho utilizzato molto il computer nell’ultimo album. In quell’intervista, però, hanno tagliato delle parti. La chitarra era sempre lì vicino a me. Perché comunque devo verificare la veridicità della cosa. Perché, lo sai, io non faccio musica elettronica, alla fine resto un cantautore. Poi cosa cambia? Non lo so..era divertente, l’ho fatto.
Il tuo approccio alla scrittura, dicevo, è rimasto lo stesso?
Mah. C’erano delle linee melodiche che probabilmente, alla chitarra, non sarebbero venute.
E quindi dobbiamo aspettarci, in futuro, di sentire un Bugo sempre più computerizzato, elettronico?
(si accende un sigaro)
Guarda, non lo so. Ora sono tour, faccio le mie date, bado a questo. Quando poi verrà il momento, decido.
E durante le sessioni di registrazione, quali erano i tuoi ascolti?
Tanta musica elettronica, però non mi ricordo. Random.
Mettevi su la cartella “Elettronica” e lasciavi andare.
Sì sì. Tanta roba italiana, e francese, inglese. Giapponese anche.
Io sono una capra per quanto riguarda l’elettronica. Ne ascolto poca. Quindi passiamo ad altro. ‘Love Boat’. Il video è molto suggestivo. Dove l’avete girato, e poi, voglio dire, c’è qualche aneddoto efficace ai fini di quest’intervista?
A Genova, eravamo al largo del porto di Genova. Posso dirti della nave, che è costata tre quarti del budget. Una nave degli anni Sessanta. Pensa, l’ultimo ad esser salito prima di me è stato Bono Vox. Me l’ha detto il capitano, e considera che noi abbiamo speso quindicimila euro per uscire due ore. Due ore! Tu immagina Bono Vox cos’ha pagato, per farla partire da Genova, andare in Irlanda a prenderlo, farsi il suo giretto e poi farla portare indietro al porto.
Tutti matti. È stata tua l’idea del video?
Sì sì. Volevo girare un video su una nave, che però non fosse una yacht. Era una nave molto bella, quella che abbiamo preso. Un po’ vintage.
Mh. Ora una domanda un po’ complessa. Nel momento del passaggio dall’etichetta Bar la Muerte, che ha prodotto i tuoi primi lavori, alla Universal, cos’è cambiato? Per capirci, nel passaggio da ‘la musica come passione’ a ‘la musica come lavoro’. Tu oggi vivi della tua musica.
La musica è sempre una passione
.
Sì, beh, nel tuo caso credo sia scontato. Voglio dire, come ti guadagnavi il pane prima del contratto Universal?
Lavoravo con mio papà, nella ditta di mio padre. A Novara. Perché a me non piace lavorare. Allora andavo da mio papà, così potevo non lavorare.
Bene. Volevo chiederti una cosa. Tu canti in italiano. Guardi mai all’estero come a un mondo dove, per il fatto di non cantare in inglese, ti sia impedito in qualche modo di fare musica?
Io ho sempre cantato in italiano. Vedi, non ho mai suonato all’estero, ma non potevo non cantare in italiano. Quando cantavo le mie prime canzoni alla mia ragazza, come potevo cantare in inglese? Lei doveva capire quello che stavo dicendo. Certo mi piacerebbe suonare all’estero, quando vedo dei gruppi francesi, qui da noi, che cantano nella loro lingua, lo trovo molto bello. Perché non si può sempre sentire l’inglese .
Allora ti faccio una domanda che non c’è in scaletta. C’è un mare di gruppi in Italia, oggi, specie giovani band, che decidono di cantare in inglese. Cosa ne pensi?
Non li capisco.
Sei il primo che me lo dice. Sono totalmente d’accordo. Non capisco tutti questi che poi cantano, magari, con quel cazzo d’accento storpiato. Sono poco credibili.
Ma è un’altra cosa. Se tu dici ‘Vaffanculo’, ha un suono, se dici ‘Fuck Off’ suona diverso. Pensa se io, anziché scrivere ‘Io Mi Rompo I Coglioni’, avessi cantato… mh, mica lo so come si dice.
Non lo so neanch’io.
Te immagina che brutto. Sarei stato veramente ridicol o.
Già. Ecco, stiamo per finire. ‘Gelato Giallo’ è una canzone a cui sono molto affezionato. Mi racconti la genesi?
È una canzone sulla colpa. Volevo scrivere un brano che dicesse ‘è colpa mia’, ‘è colpa tua’. Sai, quando si parla con un amico, o con la tua ragazza, o con tuo papà, che ci si rinfaccia colpe l’un l’altro. Poi volevo che fosse, alla fine, sotto forma di dialogo. Quindi la strofa ha una serie di immagini che creano un po’ di confusione, volutamente. Perché in quel tipo di discorsi c’è molta confusione, non si capiscono mai bene le parti. E poi al ritornello c’è questa esplosione, con un giro di tre accordi, che non è pari, che crea questo ‘sbilanciamento’.
E il titolo come t’è venuto?
Beh ma perché mi piaceva l’immagine. Un’associazione di idee, sai. Quand’ho scritto il testo: come la chiamo, come la chiamo, gelato giallo.
(rido)
Va benissimo, ti dico, va benissimo. Adesso senti. Quanto tempo dedichi ai testi?
In genere tanto, mi piace che il testo sia fatto bene. Posso passarci un pomeriggio, oppure anche lasciarlo lì e tornarci dopo qualche mese.
Ci sono molti gruppi che, quando vanno a incidere un disco, scrivono i proprio testi appena un attimo prima di entrare in sala.
Eh, hanno un atteggiamento punk, può anche darsi che vengano, anche così. Anch’io l’ho fatto qualche volta.
Dammi un paio di titoli. Dispiace se prendo un birra?
Guarda sono lì, nel frigo.
Te intanto continua pure a parlare. Che il nastro gira.
Mah non ricordo. Posso dirti dell’ultimo album. Il testo di ‘C’è Crisi’ è stato veramente veloce.
Bene. Mi sa che abbiamo finito.
Grazie a Bugo per la mezz’ora rubata a qualcos’altro. E per l’attenzione, l’educazione, l’umanità.
Intervista raccolta da: Filippo Bizzaglia